

214. La lotta contro la mafia dopo la costituzione del pool
antimafia.

Da: A. Caponnetto, Il potere della mafia, in Cinquant'anni di
Repubblica italiana, a cura di G. Neppi Modona, Einaudi, Torino,
1996.

Una importante svolta nella lotta dello stato contro la mafia si
verific nel corso degli anni Ottanta, quando, presso il tribunale
di Palermo, venne costituito il cosiddetto pool antimafia, allo
scopo di coordinare ed unificare tutte le inchieste, in modo da
avere una visione complessiva ed unitaria del fenomeno criminale
mafioso. Di uno dei protagonisti del pool, Antonino Caponnetto,
riportiamo qui un'appassionata testimonianza.


Il 23 aprile 1981 i killer dei corleonesi uccidono a colpi di
mitra kalashnikov Stefano Bontade, prestigioso boss noto come il
principe di Villagrazia e allora capo indiscusso di Cosa Nostra.
Comincia cos la seconda guerra di mafia, quella terribile
mattanza (come l'ha definita Falcone) che coster la vita a
circa 1500 persone. Il conto esatto delle vittime non fu mai
possibile, in quanto molti cadaveri furono cementificati nei
pilastri degli edifici in costruzione, o gettati in alto mare, o
dissolti negli acidi o dati in pasto ai maiali.
In questa sanguinosa mattanza, che durer oltre due anni e
condurr i corleonesi al pieno controllo della cupola, ossia
dell'organo direttivo di Cosa Nostra, troveranno morte, nel 1982,
anche il segretario regionale del PCI Pio La Torre, col suo
autista Rosario Di Salvo, e Paolo Giaccone, direttore
dell'istituto di medicina legale di Palermo, che si era rifiutato
di modificare le conclusioni di una perizia dattiloscopica che
individuava nell'esponente mafioso Pietro Marchese l'autore di un
omicidio. Il 3 settembre 1982 viene ucciso il prefetto generale
Dalla Chiesa, assieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e
all'agente Domenico Russo. In questo episodio verr usato dai
killer lo stesso kalashnikov con cui erano stati uccisi il 23
aprile 1981 Stefano Bontade e, 18 giorni dopo, Salvatore
Inzerillo, i due autorevoli capi mafiosi. Nel 1983 si verificano
gli omicidi del capitano dei carabinieri Mario D'Aleo, succeduto
al capitano Basile, e del consigliere istruttore Rocco Chinnici
ucciso, mediante l'esplosione di un'auto-bomba, assieme a due
uomini della sua scorta e al custode del palazzo dal quale stava
uscendo per recarsi al lavoro.
Questa strage, avvenuta il 29 luglio 1983, mi sconvolse a tal
punto che, dopo una notte insonne, decisi, obbedendo al richiamo
della mia sicilianit (sono nato a Caltanissetta, da famiglia
catanese), di presentare domanda per andare a coprire il posto
lasciato vuoto da Rocco Chinnici. Mi chiesi, per tutta la notte,
cosa avessi fatto e cosa facessi io per la mia terra, mentre
venivano uccisi i suoi figli migliori; mi risposi che avevo fatto,
s, il magistrato, forse anche con diligenza e con coscienza,
senza mai scansare fatiche e responsabilit, ma non avevo fatto
nulla contro la mafia, che stava calpestando e umiliando la gente
di Sicilia.
La mia domanda venne accolta, al di l di ogni mia speranza, dal
consiglio superiore della magistratura. Cos, nella notte del 9
novembre 1983, giunsi nella caserma della Guardia di Finanza di
Palermo, dove sarei rimasto per 4 anni e 4 mesi.
All'omicidio Dalla Chiesa lo stato aveva reagito attraverso la
rapida approvazione, pochi giorni dopo, della legge Rognoni-La
Torre, che introduceva il nuovo reato di associazione per
delinquere di stampo mafioso accanto a dure misure contro il
patrimonio dei mafiosi (tutti i pi importanti provvedimenti
legislativi nella lotta contro la delinquenza mafiosa sono stati,
sino a oggi, adottati sotto la spinta e per l'effetto di omicidi
eccellenti).
Dopo l'omicidio Chinnici, invece, prende corpo la prima, seria
risposta giudiziaria alla sfida mafiosa, mediante la
costituzione - da me ideata - del pool antimafia dell'Ufficio
Istruzione di Palermo, con lo scopo di coordinare e unificare le
inchieste di mafia, s da ottenere una visione complessiva e
unitaria, e non pi dispersiva e frammentaria come nel passato,
del fenomeno criminale mafioso.
Comincia allora a Palermo la lunga stagione delle maxi-inchieste e
dei maxi-processi. E comincia anche a diffondersi in tutta la
Sicilia la convinzione che la mafia pu essere combattuta e vinta
(si ricordino le parole di Borsellino a Falcone: sai Giovanni,
stanno facendo il tifo per noi).
Nel 1984 iniziano a collaborare con la giustizia Tommaso Buscetta
e, poco dopo, Salvatore Contorno. Le loro dichiarazioni, assieme a
quelle di Vincenzo Sinagra e di altri collaboratori (definiti
allora, impropriamente, pentiti), consentono di far luce
sull'organizzazione mafiosa, sui suoi interessi economici e
criminali, e su centinaia di delitti rimasti impuniti e dei quali
era stato possibile rinvenire le vittime.
Restano invece nell'ombra, per il momento, le reali dimensioni dei
rapporti tra mafia e alta politica. Su questo punto Buscetta si
dimostra irremovibile, giustificando il proprio silenzio col
timore dichiarato sia di esser fatto passare per pazzo, come gi
Leonardo Vitale, sia di esporre a pericolo la vita sua e dei suoi
familiari, pur se protetta, sia di suscitare polveroni tali da
offuscare la credibilit delle dichiarazioni rese fino a quel
momento e prospettando addirittura il pericolo (e non aveva torto)
di insidiare, con le sue rivelazioni sui politici, la stabilit
stessa delle istituzioni in un contesto generale nel quale (siamo
negli anni 1984-86) governava - non lo si dimentichi - un apparato
di potere talmente forte e radicato da sembrare destinato a durare
nei secoli. [...].
La svolta cruciale, drammatica nella lotta contro la mafia 
indubbiamente rappresentata dalla duplice strage di Capaci (23
maggio '92) e di via D'Amelio (19 luglio '92), nelle quali hanno
trovato morte i giudici Giovanni Falcone, con sua moglie Francesca
Morvillo, e Paolo Borsellino, assieme agli agenti di scorta
Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo, Vito Schifani, Agostino
Catalano, Walter Cusina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Claudio
Traina. Voglio ricordare i nomi degli otto agenti perch troppo
spesso vengono dimenticati, bench siano andati incontro alla
morte con la stessa lucida e cosciente consapevolezza e sapendo di
seguire la stessa sorte di Falcone e Borsellino. Questa volta,
soprattutto sotto la spinta della commozione e dello sdegno
dell'intera popolazione, le istituzioni reagiscono con prontezza.
Viene approvata in Parlamento, dopo anni - almeno otto - di
inerzia colpevole (le prime proposte in materia erano state
avanzate nell'autunno 1984, e poi frequentemente reiterate, dai
magistrati di tutta Italia impegnati in inchieste riguardanti la
criminalit organizzata di matrice mafiosa), la legge per la
tutela dei collaboratori di giustizia e dei loro familiari. Viene
introdotto l'articolo 41 bis dell'ordinamento penitenziario per
imporre ai boss mafiosi un severo regime carcerario che impedisca
loro di mantenere contatti con le famiglie e che, allontanandoli
dal territorio su cui esercitano il controllo, con ci stesso li
delegittimi e li privi di qualsiasi effettivo potere. Nel
contempo, si provvede a potenziare adeguatamente le forze
dell'ordine impegnate nell'azione di contrasto al crimine mafioso
e a razionalizzare il lavoro di ricerca dei latitanti (negli
ultimi due anni, oltre 200 sono stati assicurati alla giustizia).
Vengono inviati in Sicilia notevoli contingenti dell'esercito (la
cosiddetta Operazione Vespri Siciliani), sia per rafforzare la
presenza dello stato sia per liberare i reparti investigativi da
onerosi compiti di mera sorveglianza alle abitazioni e agli
edifici a rischio. Si intensificano, infine, gli interventi per
i sequestri e la confisca dei beni ingentissimi accumulati dai
mafiosi (materia, questa, su cui occorre intervenire d'urgenza con
una pi severa normativa, come quella proposta recentemente
dall'onorevole Di Lello e altri). Anche l'atteggiamento della
Chiesa nei confronti della mafia sembra essersi fatto, negli
ultimi anni, pi chiaro e pi deciso, a tutela doverosa della
libert e della dignit dell'uomo da ogni forma di oppressione,
qual  appunto Cosa Nostra. Ecco perch la Chiesa, tutta la
Chiesa, dovrebbe assumere l'impegno contro la delinquenza mafiosa
a base del proprio alto magistero.
Particolarmente significativa  l'opera svolta oggi da alcuni,
pochi sacerdoti per recuperare alla vita civile e alla societ
migliaia di giovani che continuano a evadere gli obblighi
scolastici e ad alimentare il lavoro nero minorile, se non,
addirittura, la manovalanza mafiosa, e non solo siciliana, dato
che anche Cosa Nostra americana manda suoi emissari a reclutare
le nuove leve sui marciapiedi di Palermo. Anche in questi casi la
criminalit organizzata ha reagito rabbiosamente e ferocemente,
attraverso gli omicidi di padre Puglisi a Palermo e di padre Diana
a Casal di Principe: due sacerdoti particolarmente impegnati sul
terreno sociale.
E' necessario e mi attendo che anche l'istituzione scolastica
sappia, in questo momento difficile, dare il proprio pieno e
consapevole contributo per rimuovere dalle coscienze e dalle menti
dei giovani ogni tentazione all'indifferenza e all'egoismo,
illustrando i valori negativi della cultura mafiosa e avviandoli
all'osservanza della legalit e dell'impegno civile e sociale.
Registriamo, da ultimo, una recrudescenza del terrorismo mafioso,
attraverso omicidi, attentati, minacce anche contro pubblici
amministratori. A mio giudizio, non si tratta di una dimostrazione
di forza, bens di un tentativo disperato di mantenere intatto un
potere che sta vacillando, sia per l'emorragia provocata dai
sempre pi numerosi collaboratori di giustizia (oggi sono circa
1000, di cui 600 sottoposti al programma di protezione), sia per
l'inarrestabile flessione del consenso popolare, che non raggiunge
- oggi - pi del 20-25%. [...].
Cosa Nostra sa bene che sta perdendo il consenso popolare e,
quindi, la sua base di legittimazione, se cos vogliamo chiamarla,
e che, pertanto,  destinata a un inesorabile declino. Non so
quanto durer questo declino, forse ancora diversi anni, e quanto
altro sangue coster; non so se io riuscir a vedere la fine di
tutto questo, ma sono sicuro che la  vedranno i miei figli: e
questo mi rende tranquillo e ottimista.
